Maurizio Ceccato, Non capisco un’acca, Hacca

3 ottobre 2011 § 8 commenti

Un accademico attaccabrighe
si accanì baccantico sul taccagno tabaccaio
braccato da una slovacca attaccabottoni
che bivaccava raccapricciante
con un baccalaureato.

Inutile dire che non capisco un’acca è molto più che una raccolta di filastrocche. E’ un libro d’artista, è un viaggio nell’immaginario, è una seduta psicanalitica, è un portfolio, è un gioco citazionistico (ma mica postmoderno eh, Ceccato se ne frega che noi si trovi il referente o meno), è una sfida al vocabolario, è lo zenith che può raggiungere la collaborazione fra un grafico e una casa editrice (Hacca, appunto), è la massima coerenza progettuale raggiungibile in un bagno di anarchia.

L’acca foneticamente non esiste, ha solo, quel che si dice, un valore “diacritico” coopera cioè a indicare la pronuncia di una serie di segni grafici. E’ quindi un segno ancillare,  in un certo senso una buona metafora della grafica editoriale, ancella del testo. Un segno di servizio. Ma capita che anche le ancelle più virginali di tanto in tanto si incazzino, si straccino le calze, e decidano di vomitare in un sol colpo tutto quello che si sono tenute dentro per anni.

E fu così che un bel giorno, in una pagina lontana lontana, successe il fattaccio: le acca pensarono bene di farla pagare a tutte le altre lettere dell’alfabeto, partendo alla carica del significato costituito in quella che fu ricordata come la rivolta delle acca.

Si comincia nell’antifrontespizio dove le acca imbavagliano le altre lettere. Ecco un po’ di pensieri in libertà [con link relativi]:

  • Prendete Vasco Brondi, dategli due anfetamine, mettete un disco dei Suicide (meglio il primo) e immaginate che abbia una cultura grafica; ecco, vi state avvicinando a una delle cinque o sei personalità di Ceccato.
  • Ce n’è una, per esempio, in cui ha un uncino e una benda sui ray-ban.
  • In questo libro c’è una mucca.
  • Si parla di corpi, cristi e industria qui. Di corpi firmati Ifix se n’è parlato anche qui attorno.
  • Ci sono i giochi della settimana enigmistica. Non c’entra nulla ma per chi volesse saperlo nel colophon della Settimana Enigmistica è riportata questa frase: “Periodico fondato e diretto per 41 anni dal Gr. Uff. Ing. Giorgio Sisini Conte di Sant’Andrea”. Ceccato si diverte a manipolare il lettore: pochi (-ssimi) riempiranno gli spazi contrassegnati con i pallini. Chi metterà mano alla penna soffrirà dello sfregio ma godrà della scoperta; gli altri soffriranno dalla curiosità e non risuciranno a godere dell’integrità del testo essendo questo il suo statuto naturale. Non vogliamo trarne conseguenze filosofiche. Ma chi vuole faccia pure.
  • Questo libro è un inno alla possibilità. 
  • Vintage non è pop d’annata.
  • Si parla di Einaudi con un omaggio ai tarocchi di Calvino e sberleffi a un certo pop di recente trovata.
  • Omaggi alle macchine qui e qui che avevamo già apprezzato in WATT. A quanto pare Ifix ha anche un’anima steampunk.
  • Ci sono numerosi, fumosi richiami interni al contesto di catalogo.
  • Ci sono i titoli d’apertura di Mosè e Star Wars.
  • C’è della tapezzeria vittoriana che avevamo già visto nel catalogo Elliot.
  • Ci sono impronte lasciate su altri luoghi del delitto.
  • C’è l’interesse per i manuali di istruzioni e la letteratura grigia che avevamo visto anche in un bellissimo testo di Bigiaretti (che della letteratura grigia e degli house organ fu nume).

Finisce poi che nelle ultime pagine le altre lettere siano pronte all’esecuzione. Un capolavoro di follia e coerenza, di metodo futurista e furia cubista, di angoscia e ironia, di pulizia (bianco, fuori) e orrore (nero, dentro), di tecnica dall’anima punk, di letteratura alta bassa e così così. Strepitoso.

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