Max Pezzali e Jovanotti, separati alla nascita

18 ottobre 2013 § Lascia un commento

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O almeno hanno separato alla nascita i loro libri. Ed è tutto un trova le differenze fra gli anni ’90 e gli anni 2000, su dove volevamo andare e dove siamo andati: dall’autogrill lungo la rotta per casa di Dio a Capo Horn, dall’America che amavamo di Nord sud ovest est  a quella che ha scoperto di amare Jovanotti, dal Grazie mille di Max alla Gratitudine di Lorenzo. Siamo uguali ma diversi. E a differenza di quella di Moretti, forse la nostra generazione è riuscita a farci pace con questa cosa.

Copertine Titaniche

30 marzo 2012 § 2 commenti

PordenoneLegge, #storiebrevi e la yellow pecora

28 settembre 2011 § 2 commenti

 

 

 

 

 

 

Post volante giusto per segnalare un paio di cose che ci sono piaciute:

Le locandine di PordenoneLegge: giusto qualche giorno fa siamo stati in Veneto, a Treviso; durante la breve visita abbbiamo avuto modo di apprezzare, oltre alle abitudini alcoliche dei locali, il loro singolare senso dell’umorismo. Non sappiamo se il concept e i colori usati per la grafica coordinata della manifestazione derivino dal primo o dal secondo, fatto sta che li troviamo molto divertenti. Torna in mente fra l’altro la famigerata saga della yellow pecora, quel profluvio di lunghissime e sconclusionate storielle che si concludevano tutte con l’apparizione di un ovino color canarino.

-Qualche giorno fa, poco prima che #tunnelgelmini e barzellette sui neutrini fagocitassero le notevoli risorse creative degli utenti di twitter, @einaudi aveva lanciato con ottimo successo l’ashtag #storiebrevi, racconti in meno di 140 caratteri riprendendo un’iniziativa che @micronarrativa portava avanti da tempo. Qui potete leggere le #storiebrevi migliori. Qui invece un progetto matto e bellissimo: Claudia Molinari mette in scena le #storiebrevi  disegnando un’ipotetica copertina.

Einaudi Stile Libero “Houston abbiamo un problema”

14 luglio 2011 § 8 commenti

“Huston abbiamo un problema”. Si, perchè non si può più dire che si tratti di peccati veniali (come questo), o di occasionali cadute di stile (come questa); e per quanto capiti anche di vedere degli ottimi lavori (come questi) non ci resta che constatare il passo indietro compiuto da Stile Libero, quantomeno dal punto di vista della continuità dei risultati (su cui, nella precedente incarnazione, si poteva mettere la mano sul fuoco).

Eccoci dunque a Un buon posto per morire. Questa la presentazione, in breve, sul sito della casa editrice (nostre le sottolineature): “Uno scatenato romanzo di azione e di avventura. Dove ognuno è costretto a entrare in gioco per sventare il Complotto che sta alla radice di tutti gli altri e salvare il pianeta dalla estrema catastrofe”. Anche se un po’ lunghetta vale la pena riportare anche la trama (sempre nostre le sottolineature):

Alzando gli occhi al cielo non si vede, eppure è lí. Il Sole Nero. Il Distruttore. Fra trenta giorni se ne accorgeranno tutti, ma allora sarà troppo tardi. Pochissimi sanno cosa sta per accadere: politici, industriali e finanzieri, vertici religiosi e militari. Ogni gruppo di iniziati al segreto trama ai danni degli altri, con un proprio obiettivo… Ma esiste una speranza. Secoli fa qualcuno ha creato uno strumento per opporsi a questa diabolica cospirazione. Un Gioco di codici ed enigmi pensato per addestrare in segreto i Salvatori dell’Umanità, adeguandolo alle tecnologie delle diverse epoche.

Tocca a due estranei, Leo e Claire, un uomo e una donna feriti e disperati, e ignari del pericolo, raccogliere la sfida. E cercare di fermare il conto alla rovescia verso il Giorno del Giudizio, costi quel che costi. Alleandosi anche con il diavolo. Perché il mondo, dopotutto, è un buon posto per vivere. Leo e Claire si conoscono al funerale dei loro figli. E subito devono scoprire che ogni incubo, ogni allucinazione è nulla di fronte alla realtà. Ma nelle loro mani, e di pochi altri compagni di fuga, da un continente all’altro fino all’Antartide, tra nemici che ereditano conflitti forse piú antichi della Terra, c’è la chiave della salvezza. E della piú sconvolgente lotta contro il tempo mai immaginata in un romanzo.

Inciso per aspiranti scrittori: sappiate che un manoscritto inedito con allegata una sinossi del genere non verrà pubblicato mai da nessuna casa editrice, su questo potete giurarci.

Veniamo al testo. Ci muoviamo evidentemente nel territorio della narrativa di genere, e su questo nulla da eccepire; ma allora perchè pubblicarlo dentro Stile Libero, collana tradizionalmente giovane e di ricerca, improntata a letterarietà “di larghe intese”? Questo, come anche altri testi, avrebbero forse potuto trovare più adeguata accoglienza in una nuova collana dedicata, e davvero non riusciamo a comprendere cosa abbia spinto invece nella direzione del restyling grafico e della svolta editoriale.

Chiudiamo con una nota sulla copertina che, se non in un’ottica di collana, in una prospettiva di genere si rivela funzionale. Stona solo il corsivo appena accennato di “Boosta” che, senza alcun reale valore aggiunto, attira lo sguardo del letttore a scapito dell’esplosione solare sullo sfondo, vero centro focale del progetto. Speriamo che i nostri astronauti riescano presto a tornare a casa.

Ammaniti e Mark Watson, Einaudi Stile Libero

4 luglio 2011 § 2 commenti

 

 

 

 

 

 

 

Non ci era piaciuta la svolta giovanilistica di Stile Libero (su In between wods ecco un esempio agghiacciante), ma dobbiamo ammettere che spesso sono stati in grado di ammiccare a certo immaginario moderno con una perspicacia tanto sottile da passare per naturalezza.

Il nuovo Ammaniti ad esempio. Dopo il mezzo disastro di Io e te, per la nuova edizione di Io non ho paura hanno ben pensato di tornare ad ancorarsi alla solidità del pregresso: tanto bianco quindi, e di nuovo il grano; un po’ perchè ormai il libro lo conoscono tutti e basta poco per evocarne la storia e la grafica tradizionale ormai consolidata nell’immaginario;

un po’ perchè il target su cui si punta è lo stesso che ancora sgrana gli occhi sul divano davanti alle spighe immobili di un campo di grano dentro cui si nasconde l’ET di turno o, meglio ancora, il pazzo sanguinario pronto a saltar fuori all’improvviso per fare un macello. Un immaginario quindi, se non proprio nostrano, generazionalmente ormai acquisito.

Stesso discorso vale per 11 di Mark Watson. Si parla di una radio, di una notte e di un dj: mettiamoci allora una bella macchinona misteriosa, un’audiocassetta così tremendamente vintage (“hei giovane, lo so che lo sai anche tu che è roba vecchia, ma sai com’è no? fa tanto anni ’90… qua la mano”), e una ragazza dai tratti orientali che con i macchinoni e un po’ di musica tunz tunz ci sta sempre bene come ci insegnano i vari Fast and furious.

Il risultato è gradevole e i progetti talmente ben congegnati che i due livelli di lettura possono tranquillamente funzionare senza disturbarsi: i più grandi leggeranno in Ammaniti evocativi silenzi e pulp-minimalismo da cannibale redento, in Watson gli anni ‘9o che hanno amato nei libri di Hornby; i più giovani troveranno invece alieni e film d’azione.

Ottimo lavoro, bravo Falcinelli e bravi i commerciali Einaudi, stavamo quasi per cascarci.

Siamo tutti Vintage Book Lovers

15 giugno 2011 § 1 Commento

Non possiamo farne a meno: ogni volta che vediamo una bancarella di libri di seconda mano non capiamo più niente. Ci mettiamo lì, sotto il sole cocente, e con pazienza li spulciamo uno ad uno.

I Bevilacqua non mancano mai, di Susanna Agnelli (Vestivamo alla Marinara) come se piovesse, inondazioni di Umberto Eco, di “biblioteche di Repubblica”, i peggio Moravia a cascata. Poi di tanto in tanto trovi piccole gemme gualcite. Ci capitò con Il lamento del prepuzio (in cui trovammo il seguente biblietto: “Rosina è ancora fuori. PS ho preso l’antistaminico), o con Ballo ad Agropinto di Giuseppe Lupo.

Una volta persino con Horcynus Ora, ma ne avevamo già due copie e resistemmo. Meduse e Oscar Mondadori abbondano, e non solo i peggiori. Più spesso di quanto s’immagini Calvino, raramente Landolfi, qualche buon Adelphi qua e là. Gialli e Urania si acquistano in stock.

Anche gli amici di Indie-up e quelli di Finzioni soffrono dello stesso demone e per esorcizzarlo lanciano il contest Vintage books lovers. Ecco il regolamento:

Come si partecipa?

Bisogna postare sulla pagina Facebook di Finzioni una foto con la copertina del vostro libro vecchio preferito (pubblicato prima del 1990). La foto potete farla un po’ come volete: ci dovete essere voi e il vostro libro, per il resto spazio alla creatività e alle idee malsane: imbarcarsi su una scialuppa e fare Whale watching con una copia di “Moby Dick” che sbuca dalla tasca, arrampicarsi su albero e penzolare con in pugno “Il barone rampante”, o farsi fotografare con Antonella Clerici e in bella mostra “In cucina con il robot” o semplicemente voi che leggete il vostro tomo ammuffito davanti al camino con un bicchiere di brandy in mano. Insomma provatele tutte e sarete ricompensati. Basta che vi ricordiate di far vedere bene la copertina!

Come si vince?

La foto che ottiene più Like dagli altri utenti vince.

Cosa si vince?

Il vincitore potrà scegliere a proprio piacere sul sito di Indie Up una delle bellissime t-shirt Out of Print. Queste t-shirt riproducono le copertine di alcuni tra i più grandi capolavori della letteratura. Si tratta spesso di copertine introvabili, prime edizioni o semplicemente edizioni rare, tutte graficamente molto belle e particolari.

Quando inizia e quando finisce?

Il contest inizia oggi, 15 giugno 2011, e si concluderà il 5 luglio 2011. Entro questo arco di tempo, si potranno postare le immagini sulla pagina FB di Finzioni e votare attraverso il tasto Like. Alle 24.00 del 5 luglio 2011 si chiudono le urne e si conteggiano i voti.

Per l’occasione Who’s the reader si spoglia: strip tease a tema vintage Corto Maltese-Horcynus Orca!

Antonio Skàrmeta, Un padre da film, Einaudi

2 maggio 2011 § Lascia un commento

Di tanto in tanto pure gli editori più seriosi si danno al naif. E’ il caso della copertina di Un padre da film di Antonio Skàrmeta pubblicato da Einaudi.

Un libricino brevissimo di appena 72 pagine, che si affanna a giustificare l’ingiustificabile prezzo di 13 centesimi a pagina con una cura grafica notevole. In copertina (di buona brossura rigata) una bella illustrazione di Tholon Kurrst strizza l’occhio a trenini, sogni e camerette stellate.

Bella anche la continuità del progetto grafico su quarta e bandelle con la rirpesa di treno e binari a fondo pagina. Onestamente delle stelline non sentivamo la necessità, e anche sulla nuvola di vapore azzurro si poteva lavorare con più fantasia: estendendola alla quarta magari, o cercando di movimentare un po’ la pagina.

Riuscita a metà: bella ma irritante.

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Editoria digitale, tornerà l’Einaudi degli anni ’50?

30 aprile 2011 § 1 Commento

C’è stata una stagione nell’editoria italiana che ha visto nella casa editrice un laboratorio culturale di eccellente fervore, una congiuntura fortunata in cui talenti e intelligenze di livello eccezionale si sono incontrate nello stesso tempo e nello stesso luogo animate da un comune sentire a dal desiderio di dare un indirizzo forte alla cultura italiana.

Era il tempo delle idee, non ancora delle ideologie (o magari anche delle ideologie, ma non ancora dell’Ideologia) ; delle persone, non ancora dei personaggi; e dei progetti, non ancora (o meglio non solo) dei piani economici. Una stagione corsara e straordinaria che ha visto la sua più completa incarnazione nell’Einaudi a cavallo della metà del secolo, quella di Cesare Pavese, Giaime Pintor, Massimo Mila, Elio Vittorini, Italo Calvino e Natalia Ginzburg, un laboratorio in cui tutte le figure della casa editrice s’incontravano tutti assieme a discutere, pensare e costruire.

Ma anche questa stagione è giunta alla fine. La casa editrice ha completato la sua trasformazione in azienda, ha razionalizzato e specializzato i suoi uffici, ha plasmato figure professionali pratiche ed efficienti ottimizzando così il suo processo decisionale e produttivo guadagnando in rapidità e organizzazione. Poi è arrivato il digitale.

I tecnici e gli addetti ai lavori non smettono di stupirsi della lentezza e della prudenza con cui gli editori (grandi e piccoli) stanno affrontando la sfida del digitale, e arrivano a disperarsi quando per la valutazione di un qualunque progetto devono confrontarsi con tempi di risposta di intere mensilità. Non è colpa di nessuno. Qualunque prodotto digitale nasce ibrido: impossibile produrlo, promuoverlo e commercializzarlo senza l’osmosi delle più diverse competenze professionali; osmosi che le grandi aziende hanno tradizionalmente abbandonato a favore di una più specifica organizzazione del lavoro.

Nella filiera tradizionale un contenuto scelto e confezionato dalla direzione editoriale viene poi affidato al commerciale, ai grafici e al marketing per essere promosso e distribuito. Tutto il resto è compito degli uffici amministrativi.

Ma la vita di un contentuo digitale è molto più travagliata: anzitutto non si dà al di fuori di una forma grafica e concettuale che coinvolga direzione artistica e marketing. La sua distribuzione va strettamente monitorata tanto dall’amministrazione quanto dall’ufficio marketing che deve rendersi pronto ad intervenire rapidamente sui feedback coordinandosi con la direzione editoriale per l’eventuale rilascio di nuovi contenuti. Il tutto deve avvenire sotto la supervisione dall’ufficio grafico che in ogni momento del processo deve garantire che lo scambio editore-lettore-autore avvenga in un ambiente confortevole e di gradevole ergonomia intellettuale. Ecco il laboratorio della nuova editoria, ecco a voi l’Einaudi del 2050.

Marco Presta, Un calcio in bocca fa miracoli, Einaudi

24 marzo 2011 § Lascia un commento

Non che in questo caso ci sia molto da dire in effetti… ma ci piace. Sorprende l’equilibrio della pagina dove nè la titolazione, nè l’immagine tentano di rubare la scena.

Che poi titolo, illustrazione, e trama sul risvolto facciano a pugni fra di loro è un’altra storia. In copertina: Gilbert Garcin, La vie d’artiste, 2007. Bel progetto, ma poca sostanza: estetica senza spessore.

Il corpo onesto del carattere. Un trittico Einaudi.

17 marzo 2011 § 5 commenti

Un libro dal titolo gridato non è mai un buon libro. O meglio: è un libro che difficilmente avremo voglia di rileggere. I bei libri non hanno bisogno alzare la voce ma sono composti e ben educati, sicuri di sè.

Ci scrivono: “Una piccola diaspora si consuma tuttora tra chi pensa a “ideare” e chi a “disfare” in nome di una non meglio ricompensata legge di mercato: quante volte caporedattori, editor, editori e soprattutto commerciali hanno sgridato i loro grafici e art director in tono maiuscolo «il corpo “fallo” più grande» (?!) ma soprattutto dove? Ma ovviamente in copertina! E i risultati?! Ogni 3×2 assistiamo a uno sfracelo di font che stanno diventando sempre più ingombranti e inani“.

Il grafico in questione ha deciso di fare di testa sua e vi garantiamo che i suoi lavori sono riconosciuti e apprezzati. Uno dei nostri ultimi acquisti è stato Le botteghe color cannella di Bruno Schulz, Einaudi (progetto grafico di Bianco) un libro molto per bene. Sulla copertina (brossura, carta rigata) color cannella -inevitabilmente il pensiero corre ai gettoni- campeggiano titolo e autore, stesso carattere, stesso corpo, stesso grassetto; unica differenza il colore: nero per l’autore, petrolio per titolo e sottotitolo.

Subito sotto il logo Einaudi. In fondo al prospetto, nello stesso font del titolo (ma appena più piccolo), il nome dell’editore permette di riguadagnare l’equilibrio della pagina, proponendosi al contempo come vertice basso di un rombo che esalta ulteriormente la titolazione in alto. Eleganza distillata, profumata di cannella.

In basso altri due esempi di assoluta semplicità firmata Einaudi: Il giovane Holden ed Everyman. Tre titoli, tre storie, tre copertine praticamente perfette.

Qualche tempo fa, a Rimini, Enrico Tallone ricordava come una bella pagina fosse un atto di rispetto dovuto tanto nei confronti del lettore, quanto nei confronti dell’autore. Aveva ragione: non ci farebbe piacere trovarci per le mani un libro tracotante e maleducato.

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