La collana praghese delle Edizioni E/O

29 ottobre 2011 § 7 commenti

Ci sono collane che per meriti artistici, estetici, o di ricerca entrano nel mito: sono quelle di cui si cercano i retroscena, si indagano le ragioni delle esclusioni, se ne studiano i successi. Gli ingredienti sono sempre gli stessi: libri di qualità, un progetto coerente, una bella grafica e una storia affascinante.

Fra tutte ci piace oggi ricordare la “Collana praghese” delle Edizioni E/O, bellissimo progetto degli anni ’70, nato press’a poco con la stessa casa editrice (qui la loro storia). Una tavolozza dai colori caldi, titolazione in ampio corsivo racchiusa nella cornicetta al centro del prospettto, texture d’antan il cui elemento base viene isolato al centro della pagina. Eleganza firmata Sergio Vezzali. Ecco come l’editore racconta la genesi della collana ne I ferri dell’editore, bellissimo pamphlet sul mestiere dell’editore di ieri e di oggi fra nuove sfide e vecchie ruggini:

“Io e Sandra alla fine degli anni Settanta, a seguito dei nostri viaggi nell’Europa dell’est, delle nostre letture (soprattutto gli studi di slavistica di Sandra) e dei rapporti umani creati con abitanti di quel mondo, abbiamo “intuito” che dietro la cortina di ferro esisteva una ricchezza culturale ben più vasta di quanto apparisse a uno sguardo superficiale.

Valutando i comportamenti e le idee dei nostri amici e conoscenti cechi, polacchi, russi, ungheresi, giungemmo alla conclusione che sicuramente esistevano dei libri in quei paesi che raccontavano quella realtà, quelle idee, quelle emozioni, quei passati. Si trattava di leggerli e scoprirli, per poi tradurli e pubblicarli in Italia.

Cercammo quindi nelle nostre letture delle conferme all’intuizione di questo fermento culturale nascosto alla vista dei più. “Evitavamo” le rappresentazioni letterarie che fossero la ripetizione stereotipa del discorso ufficiale dei governi e della cultura dominante della società libera, socialista e felice.

Evitammo anche i racconti, spesso veri ma spesso anche minoritari ed estremi, di quelli che, a volte eroicamente, si erano messi in rotta di collisione con il potere, isolandosi dalla società più ampia e vivendo in ambienti segregati. Nessun quadro idilliaco dell’uomo nuovo e della società felice quindi, ma anche poco gulag.

Cercavamo piuttosto il racconto (i racconti) di gente con ricche storie personali e collettive alle spalle, ricche per quanto dolorose, esistenze difficili, spesso osteggiate dal potere, ma capaci di mantenere una dimensione sociale, di scambio con gli altri, storie dall’umorismo corrosivo capaci di ridicolizzare le prepotenze e le  idiozie burocratiche, sentimenti ed emozioni non riducibili a un’aridità in cui la politica escludesse ogni altra dimensione come l’amore o i sogni o i desideri o l’erotismo o il gusto dell’avventura.

Trovammo così un mare di opere che raccontavano con voci e registri diversi un mondo vario, stratificato, con un passato alle spalle. “Scoprimmo” i libri di Christa Wolf, Bohumil Hrabal, Kazimierz Brandys, Julian Stryjkowski. Christoph Hein, Viteˇslav Nezval, István Örkény, Géza Ottlik, Antal Szerb, Roman Vishniac, Vladimir Makanin, Ageev, e altre centinaia di scrittori dell’est europeo. Li scoprimmo perché li cercavamo con un preciso progetto in mente.

Fu una lettura guidata da un pregiudizio ideologico, ossia da un’idea del mondo che era appena abbozzata nelle nostre teste e che volevamo verificare. Questo fa l’editore. Pensa, studia, si crea un filtro per andare a leggere e poi seleziona e propone ai lettori. Naturalmente i lettori non lessero tutti i libri che pubblicammo. Intanto fu solo una minoranza, che crebbe ma rimase minoranza, ad avvicinarsi alle letterature dell’est europeo così in odore di grigiore, noia, aridità politica. E anche quei pochi che scoprirono le nostre proposte “premiarono” solo alcuni autori. Christa Wolf, Bohumil Hrabal…

Gli altri arrivarono negli scaffali di pochi lettori italiani, non più di poche migliaia, e restano ancora oggi sconosciuti alla grande maggioranza. Eppure qualcosa del nostro progetto è passato: un’intuizione di culture vivaci, con un grande passato e un presente affascinante“.

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