Bret Easton Ellis, American Psycho, una playlist di Stefano Scalich

2 settembre 2011 § 3 commenti

Oggi guest post per Who’s the reader? L’amico Stefano Scalich (a cui va tutta la nostra gratitudine) ripercorre la storia grafica di AmericanPsycho, tre tracce (strapiene di link) per il nostro walkman in questo venerdì mattina.

Chi sei, American Psycho? Patrick Bateman, certo. O forse Robert Erdmann. Anzi, Marshall Arisman. Colpo di scena: sei Lisa Yuskavage. Meglio ancora? Chip Kidd, è chiaro. O più semplicemente Bret Easton Ellis.

A parte l’ultimo caso – che smaschera il tuo padre più che testuale – tutti gli altri nomi in playlist appartengono ai padrini che hanno traghettato la tua anima sulle copertine librarie.

Ma com’era cominciata la storia grafica di Patrick Bateman? Visto che visse nell’era del walkman… Rewind.

TRACK #1
Superata l’intro delle prime controversie, American Psycho sbarca in Italia a marchio Bompiani, restandoci per circa 10 anni. Il look è un duplicato della sartoria deluxe approntata per lui negli USA dal fotografo di fotomodelle Robert Erdmann, che si immagina il fratello di Sean Bateman in panni prevedibilmente Wall Street. Tutto, poi, cambia.

Il Nuovo Testamento delle cover di American Psycho porta la firma di Marshall Arisman, pittore e illustratore (nel suo portfolio c’è Time) a metà strada tra Francis Bacon e Dave McKean. È suo il quadro che accompagna l’unica rarissima sortita di Patrick Bateman nell’universo hardcover, quindi traslata nei più comodi panni del paperback a uso e consumo di tutti i fans europei.

Ma c’è anche una piccola sorpresa. Perché l’illustrazione originale di Arisman è un filino diversa da quella andata sugli scaffali (il naso, l’arcata dentale superiore) e forse anche più disturbante.

Più di quella – viaggia fuori concorso una perla fotografica francese– ci sarà solamente Einaudi.

Nel 1996 (si avvicina il decennale dalla prima uscita) i diritti del libro atterrano sotto le Alpi, in via Biancamano. Lì qualcuno sceglie di linkare Patrick Bateman al quadro appena dipinto da un’artista newyorkese esposta al MoMA, nota soprattutto per la sua estetica soft-porn.

In quel momento, per tutti i fans italiani, American Psycho diventa Il marito della femminista: testuale traduzione del titolo che Lisa Yuskavage volle dare al suddetto quadro (per i curiosi, ecco le misure: 106 x 126 centimetri) e che in questa gallery virtuale occupa la quarta posizione.

Domanda: è stata scelta perché richiama vagamente le pose e le cromie della locandina cinematografica? Vai a sapere. E siccome questo è pur sempre un walkman… Skip.

TRACK #2
Con l’ingresso nel XXI secolo, la musica sta cambiando ancora una volta per American Psycho AKA Patrick Bateman AKA Bret Easton Ellis. A questo punto il suo nome è una macchina per soldi che scatena la fantasia di appassionati e editori. Nel primo caso è più che comprensibile, circolano elenchi ragionati con tutti gli argomenti di tutte le puntate del fantomatico Patty Winters Show; se però ci spostiamo a chi i libri li pubblica, la faccenda è meno scontata. Ci volevano infatti gli editori per mettere l’imprimatur sull’equazione American Psycho = Bret Easton Ellis.

Ecco la prova: l’ingessatissimo marchio francese Seuil prende la foto promozionale di Ellis – opera di Jill Krementz, a sua volta moglie e ritrattista del defunto Kurt Vonnegut – e la rilegge in chiave illustrata.

Da qui in avanti le cover di Patrick Bateman apparterranno a due generi, quello ancora vagamente editoriale e quello che profuma di fans club…

Re-design
Rifare a mano la cover di American Psycho è un gioco, siamo tutti d’accordo; meno semplici da realizzare sono invece le copertine simil-Penguin o – ancora più osé – le riletture in chiave cartoon della locandina cinematografica, senza nulla togliere alla canonizzazione del biglietto da visita-icona.

Mania dilagante
Il mondo è bello perché è vario: si va dai più classici autografi e t-shirt, al pacchetto in edizione limitata libro + Dvd. Non potevano poi mancare stencil, tatuaggi-tributo e wallpaper per iPhone.

Viaggia fuori concorso (ma sempre in area fandom, perché la sfrutta creativamente: marketing editoriale italiano, c’è qualcuno in ascolto?) la playlist offerta nientepopodimenoche dalla Random House in persona.

… finché non spunta fuori Chip Kidd e il ritornello cambia per l’ultima volta.

TRACK #3
Chip Kidd, chi è costui?
Su LinkedIn si autonomina Sir e forse ne ha ben donde (è un’istituzione per la Random House) anche se fino al 2010 ha solo un trascurabile dettaglio in comune con il sosia di American Psycho: stessa agente letteraria. Punto. Poi un giorno il suo datore di lavoro lo incarica di ridisegnare tutte le copertine di Bret Easton Ellis e… colpo di scena: la nuova copertina di American Psycho è l’autoritratto del Nulla.

Eppure è proprio questo Nulla il dato interessante.

Se vi prenderete la briga di consultare la pagina dedicata al libro, sul sito dell’editore, scoprirete una cosa apparentemente decorativa ma che decorativa non è: la caterva di tag esplicativi forniti da Library Thing. Chi l’avrebbe mai detto che la seconda classificata, tra quelle paroline, è satire: cioè parodia, caricatura, nonché rilettura causticamente travestita della realtà? Dunque ci aveva visto giusto chi preparò nel 2001 le note di copertina (il gergo discografico non è casuale) per l’edizione Einaudi: “romanzo insieme terribile e comico”.

Ma allora ci aveva visto giusto anche Chip Kidd.

Infatti è come se ci avesse fornito un American Psycho 3.0. Non più giocato sulle belle ma prevedibili immagini di sangue e strumenti di tortura, ma dipinto come se fosse lui stesso a farsi un autoscatto, magari davanti a un vetro in un giorno di pioggia. Risultato: Patrick Bateman è ridotto a pura sagoma. C’è un orrore (è proprio il tag #1 di American Psycho, secondo Library Thing) più grande di questo?

Ora, sono passati 20 anni esatti dall’uscita di American Psycho e qualcuno aspetta l’edizione del ventennale; ma vent’anni or sono qualcun altro aveva già notato che il libro somigliava al Silenzio degli innocenti raccontato dal punto di vista di Buffalo Bill. È la migliore esegesi non solo per la cover di Chip Kidd, ma anche per l’effetto-loop-playlist incastonato nel finale del romanzo: questa non è l’uscita.

Stefano Scalich

Titoli di coda
Altri scritti di stefano si trovano sull’Archivio Caltari, qui due bellissimi post su Joyce.
Federico Novaro su Imperial bedrooms, qui con una lunga serie di link molto interessanti.
Restando in tema, qui il nostro confronto fra due edizioni di Imperial bedrooms.

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§ 3 risposte a Bret Easton Ellis, American Psycho, una playlist di Stefano Scalich

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